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martedì 16 ottobre 2012

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "J"


“J” come “Jack in the green”, I culti arborei  ed il maschile sacro nelle festività del Primo Maggio


Jack in the green, conosciuto anche come  Jack o' the Green è una figura cara alle tradizioni inglesi legate al May Day ed in particolare ai cortei ed alle moderne parate folcloristiche. Il personaggio è solitamente raffigurato come vestito di foglie e munito di corna; l’ampio vestiario verde a forma di cono  gli copre gambe e braccia ed è realizzato con il fogliame raccolto la mattinata del primo maggio.  La figura è folkloricamente legata  alle competizioni delle “ghirlande del primo maggio” che divennero sempre più grandi ed elaborate fino ad estendersi ed a ricoprire l’intero corpo del personaggio.  Questa figura è solitamente associata  e legata alle danze sacre del primo maggio e ricorre nelle illustrazioni d’epoca a fianco del Re e della Regina di Maggio.  I moderni culti pagani (o neopagani) associarono Jack in the green con la figura del Green Man, presupposta divinità arborea precedente associata alla fertilità di flora e fauna ed incarnazione fisica dello spirito del ”Primeval Greenwood”. 

Il Green Man veniva infatti raffigurato con tre schemi stilistici differenti: “The Foliate Head” cioè un viso coperto interamente di foglie, solitamente di quercia; “The Disgorging Head” ossia un volto dalla cui bocca sgorgavano inflorescenze e rami fogliati, incarnazione fisica della religiosità arborea; oppure “The Bloodsucker Head”, una testa dai cui orifizi spuntavano rami e foglie, forse l’immagine più antica di questa misteriosa figura. Ipotesi antropologiche vedono Jack in the green come raffigurazione topica connessa agli antichi culti arborei ed alle celebrazioni legati al mascolino ed al culto fallico, le cui tradizioni sopravvivono nella modernità nei paesi anglofoni.

Diverse sono le tradizioni conservatesi tutt’oggi nelle celebrazioni del May Day; Henry Piers scriveva nella sua Description of Westmeath: “La vigilia di calendimaggio ogni famiglia mette davanti all’uscio un ramo verde, costellato di fiori gialli che crescono in abbondanza nei prati. Nei paesi ricchi di legname innalzano un albero alto e sottile che viene rinnovato durante l’anno. Fra le antiche tradizioni ancora vive in Cornovaglia  c’è quella di decorare porte e cortili, il primo di maggio, con fronde di sicomoro e biancospino, e di piantare alberi, o meglio, tronchi d’albero, davanti alle case”.  Un’altra tradizione era legata ai giovani nel nord dell’Inghilterra; era usanza alzarsi poco dopo la mezzanotte del primo maggio e recarsi nei boschi tra canti, danze e il suono dei corni e lì raccogliere rami fioriti o fogliati che avrebbero ornato poi le corone da indossare durante le celebrazioni.  Ci è pervenuta, di questa usanza, la prima strofa della carola solitamente cantata: “Tutta la notte abbiam vagato, tutta la notte ed anche il giorno; e recando una ghirlanda, ora facciam ritorno. Gaio serto vi portiamo, ed allo stipite l’appoggiamo. Adornato d’ogni fiore, dalla mano del Verde Signore” (riportato da Frazer).  Una tradizione legata al maschile e strettamente connessa con lo spirito boschivo consisteva nell’invocazione della pioggia per il raccolto estivo; il giovane prescelto per rappresentare Jack in the Green veniva spogliato ed immerso in un torrente o in uno stagno e si era soliti cantare una carola che fa eco alle formule lelandiane: “Portiamo Verde Giorgio, accompagnamo Verde Giorgio. Che nutra bene i nostri armenti, altrimenti finisca in acqua”.

È indubbio affermare quindi che il palo eretto, l’albero o il ramo (o anche il giovane che impersona lo spirito arboreo) sia un concreto simbolo fallico che si conserva tutt’oggi con il May Pole; Frazer, nel suo testo per eccellenza,  ha concluso che lo spirito vegetativo si manifesti anche nel primo fiore che sboccia a primavera ed anche nelle figure femminili chiamate “le rose di Maggio”.  

Interessante notare è la declinazione simbolica-ierogamica di questa festa; spesso il rappresentante fisico di Jack in the green distribuiva, al termine delle festività, rami del suo costume da infilzare nei campi per propiziarne la fertilità e l’abbondanza.  In tradizioni più antiche e non più in uso il Re e la Regina di maggio giacevano su un giaciglio di muschio, in un’alcova costruita con rami verdi al centro del villaggio. Esistevano anche una serie di gare d’abilità quali corse a cavallo ed arrampicate sul palo di maggio al fine di riportarne la corona a terra; il vincitore era quindi considerato il ragazzo più adatto a sposarsi ed avere una discendenza forte.



domenica 14 ottobre 2012

Tell The Owl - Argomento ④: Spiriti Guida



Argomento 4, Spiriti guida e esseri ancestrali. Un tema delicato che cercherò di affrontare con le dovute cautele ed autocensure dato il post pubblico. Allora, prima di tutto vorrei ribadire che io non sono la persona più "sensibile" e ricettiva in tematica di spiriti ed esseri simili; mi definisco un tronco di legno a volte tanto che mi ci sono voluti anni di pratica prima di sentire il "velo sottile". Ho affrontato per primo l'argomento degli spiriti totemici o animali ancestrali con cui sto lavorando tutt'oggi e con cui mi trovo a mio agio. Il difficile, per me, non è stato tanto trovare il mio personale animale ancestrale (che è tutt'altro da ciò che mi aspettavo all'inizio e non centra praticamente nulla con la fotografia del post) ma  mi portava e mi porta ad affrontarne le similitudini e le lezioni di vita con neanche troppa gentilezza. Per me, data la mia esperienza personale, il totem è un tutt'uno con la persona stessa; io infatti penso, a discapito di molti, che il totem sia uno, unico che accompagna per tutta l'esistenza il praticante. Differente cosa sono gli animali di potere.

A livello di spiriti guida intesi come "maestri spirituali" ho avuto un unico contatto sotto mia espressa richiesta, un'unica lezione che per ora, a quanto pare, non ho ancora compreso. Sbottoniamoci. Una voce in meditazione profonda che mi diceva "richiamami tenendo le dita intrecciate". Ho tentato in atteggiamento di preghiera, nulla. Pensavo fosse allora per insegnarmi ad amare veramente, così ho richiamato tenendo per mano il mio ragazzo mentre dormiva; niente. Ho provato con l'umiltà ma ancora nulla di fatto. A questi punti ho provato contatti per farmi capire con qualche altro indizio ma arrivo sempre a sognare grandi fuochi nelle radure e suoni di flauti. Questo mesi fa. Io dico BOH e per ora lascio stare. (Francamente la mia testa razionale non sa più cosa pensare).

Caso a parte è lo spirito arboreo della Alraun di sambuco. Uno spirito familiare a me legato e da me amato. Un caso a parte data la sua materialità che mi permette un contatto molto più forte e senza enigmi o indovinelli. Una radice personale, un grande aiuto magico e non. (lo so di essere poco chiaro ma vorrei che il mio rapporto con lei restasse nostro.  Non so se questa frase per voi ha senso).

Per rispondere alle linee del forum sugli angeli io vorrei affermare che per ME, essi non sono altro che la mistificazione cristiana di spiriti naturali presenti nel piano fisico immaterialmente. Trovo, perdonatemi il termine, stupido connotare questi spiriti con atteggiamenti o forme umanizzanti; una volta che si è altro dalla materia si è altro dall'uomo. Questi spiriti, per me, non sono altro che immaterici, estremamente mutevoli e non congelabili in chicchessia forma (che serve però ad alcune persone per relazionarvisi). Parlando di spiriti dei defunti come spiriti guida io francamente non saprei cosa dire; mi trovo in una situazione dolorosamente scomoda su questo pensiero ed ancora sto battagliando con la mia testa per schierarmi sull'uno o sull'altro fronte della disputa.

Io francamente terminerei qui data la fragilità dell'argomento e la complessità delle visioni religiose. Spero che il mio testo non rechi offesa alle credenze di chi lo legge;  sono portato dal mio carattere ferino a esprimermi così come penso le cose. Bacioni streghette! (La foto in alto è un teschio di pettirosso, divenuto parte del vestiario della Alraun).


sabato 13 ottobre 2012

Tell The Owl - Argomento ③: Leggi morali ed etica della magia





Argomento complesso: leggi morali nella stregoneria moderna ed etica nel neopaganesimo. Tosto, davvero tosto. Parto dicendo che io appartengo ancora, diversamente dal percorso di molti sul forum, ad un sentiero spirituale wiccan eclettico. per questa ragione ho soppesato e valutato per anni le "leggi morali" scritte o riprese nelle prime articolazioni inglesi di questa forma religiosa. Sottolineo che pratico una branca eclettica della Wicca (che parlandoci chiaro, c'è proprio bisogno di divisioni in tradizioni?) e che ho formato un pensiero mio su ciò che faccio e su come opero.

Parto col dire che nei primi anni di pratica seria (una volta che si smette di prendere come oro colato tutto ciò che c'è scritto in vari libri e si inizia a soppesare i concetti e le teorie) vedevo la legge del tre come un ente astratto che mi stava stretto, che, in qualche modo soffocava il mio essere io.  La assimilo tutt'ora all'inferno cristiano, al bastone e alla carota: se non fai come ti dico io allora ne risentirai. è una considerazione egoistica, un concetto che, a mio parere, deve restare appannaggio delle religioni monoteistiche. Capiamoci, non vado in giro a lanciare fatture e malocchi alla gente ma non lo faccio perché non VOGLIO fare del male. E lo faccio arbitrariamente, perché, per me, causare male è sbagliato. Non perché c'è una regola che mi vieta di farlo. Non ci sono divieti in natura, essi sono una costruzione sociale. In questo senso appoggio totalmente il pensiero della Valiente sulla legge del tre (che è poi stato una causa conseguente insieme alla mistificazione del culto e all'ampia pubblicità: "è stato Gardner a compromettere la sicurezza del gruppo e la sincerità del suo insegnamento" D.V.). In pratica la Valiente riteneva che la famosa legge del tre fosse una mera invenzione Gardeniana, non presente in nessuna religione antica se non con un rimando distorto al Karma. In soldoni: penso che il karma sia una cosa attiva e reale nelle vite di ognuno ma non penso che esso si applichi magicamente appena lanci una maledizione; per me questo è un retaggio alla walt disney. La reincarnazione, in pratica, scopre gli altarini e chi semina buono, raccoglie.  Personalmente non pratico maledizioni, legamenti di qualsiasi genere o "lanci di negatività" alle persone ma questo perché io ho ancora forti alcuni valori tramandatimi dai miei genitori cristiani: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Altra questione è, permettetemi, il difendersi  dagli attacchi. In stato di natura se "porgi l'altra guancia" soccombi, muori o vieni schiacciato dal più forte; per me questo è valido sia nella vita quotidiana sia in quella spirituale. Se vengo attaccato mi difendo.  Seguendo l'ultima linea guida esprimo le mio opinioni sull'operare senza il consenso; per me, questo genere di pratiche si differenzia da ciò che si vuole fare. Considero legamento, per esempio, indirizzare una persona verso una via, che io ritengo la migliore, senza che questa persona non ne sappia nulla ma considero lecito operare "guarigioni" (meglio mettere questo termine virgolettato) anche senza il consenso della persona.  Poi io personalmente trovo il fatto di suddividere la magia in branche (rossa, verde, nera, cazzonesò) decisamente futile; la magia assume una connotazione una volta richiamata per un determinato scopo.

Ultima cosa; citando una domanda di Fede: "Poter fare magia è un privilegio, una responsabilità o un diritto non soggetto a nessuna regola?" e vorrei rispondere. Per ME fare magia non è altro che una propensione intrinseca all'essere umano; Carl Jung, seguace di Freud riteneva che in ogni forma religiosa, anche quelle in cui è negata, persiste una componente magica. Basti pensare alla preghiera nel cristianesimo, o il battesimo. Per me quindi fare magia non è un privilegio riservato a pochi, non è una sorta di clan di eletti, selezionati appositamente per praticare. Per me praticare magia come la pratichiamo noi pagani non è altro che un modo manifesto di avvicinarci ai ritmi ciclici, di praticare al chiarore del sole e della luna. Poi non dobbiamo dimenticare che tutta la parte di ritualistica nefasta e mirata a colpire gli altri ci viene direttamente dalle antiche culture pagane; una parte che noi, oggi, sentiamo di tralasciare.

La foto in alto riporta la statue degli dei appartenute in vita a Doreen Valiente.

venerdì 12 ottobre 2012

Tell The Owl - Argomento ②: Antenati



Il culto degli antenati è un concetto caro a diverse tradizioni di stampo paganeggiante. Oggigiorno ritengo però che questo pensiero abbia, con l'evoluzione da culti misterici-chiusi ad una diffusione più ampia delle antiche vie, perso d'importanza e di significato. O meglio, quando si conserva in alcune tradizioni e viene recuperato dai singoli praticanti non assume più il medesimo significato e l'importanza che aveva in passato.

Per quanto mi riguarda io seguo una tradizione wiccan prettamente eclettica ed ho recuperato il culto ancestrale nella mia pratica. Premetto che non ho costituito una vera e propria ritualità organizzata e ripetitiva per quanto riguarda la memoria degli avi e degli antenati ma utilizzo spontaneamente questa pratica nell'Arte. Questo per me è un argomento delicato; non nascondo che prima di buttare giù la bozza scritta ho dovuto riflettere su cosa inserire e cosa togliere da questa traccia scritta. ci sono infatti parti di pratica o di discendenza, (scoperta involontariamente in un viaggio all'estero), che non intendo trattare. Io comincerei dicendo che ho per caso scoperto, circa quattro anni fa (e quindi dopo anni di pratica seria), parlando con mia madre che la mia bisnonna da parte di mio nonno materno praticava inni e preghiere basate su magia popolare. Io non l'ho mai conosciuta, è morta che mia madre aveva circa 4 anni ma dalle indagini che ho fatto con i partenti ho scoperto che nel mio paese, un villaggio nel nord della toscana, lei era considerata levatrice. Logicamente era cristiana ma a quanto pare fondeva pratiche popolari con il credo cristiano occupandosi di nascite, fertilità e guarigioni. A circa 65 anni perse l'occhio destro a causa di una foglia di granturco, essendo contadina, che le tagliò l'iride rendendole impossibile vedere da quell'occhio. Io la "ricordo" così, da una fotografia appartenuta a mia nonna e poi a mia madre (che possiede anche i suoi orecchini a cerchio ed il suo fazzolettone nero per coprire la crocchia di capelli), in piedi sulla terrazza di casa, anziana, circondata da vasi di fiori che amava. Mi piace pensare di portare avanti tradizioni popolari appartenute alla mia famiglia come le tradizioni legate alla festività di san Giovanni ed ai simboli delle culle dedicate ai neonati. Mi rendo conto di non avere avuto alcun contatto diretto con lei ma tengo la sua fotografia nel mio BoS, ricordandola di quando in quando e pensando a lei come una praticante attiva degli ultimi strascichi paganeggianti della Lunigiana. Non possiedo un altare per gli antenati, a dir la verità non ne sento il bisogno; l'altare per me è un surplus della pratica, a casa tengo solo quello fisso dedicato alla grande Madre ed al grande Padre.  Inoltre io integro al culto basato sulla "rimembranza" una pratica attiva di ringraziamento basata attraverso il tramite dell'Alraun. Il suo essere così profondamente ctonia mi permette di radicarmi e connettermi con più profondità con i miei antenati, sento che mi aiuta, tanto da far passare attraverso di lei le offerte che faccio a loro. Concludo dicendo che, come molti, li ricordo con più profondità durante le festività di Samhain in cui faccio meditazioni e preghiere. Non uso fare offerte di cibi agli antenati; se sento di ringraziarli, e devo necessariamente utilizzare qualcosa di materico, preferisco offrire un calice di vino rosso con miele, nutrendo l'Alraun e versandone il resto della coppa nella terra appartenuta a mio nonno e a sua madre prima di lui.

 

mercoledì 10 ottobre 2012

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "I"




“I” come “Incroci”, il simbolismo del crocevia ed il culto Ecatiano


L’incrocio di più strade è sempre stato un simbolo potente associato alle arti magiche ed in particolare alla stregoneria.  L’origine di queste credenze è da ricercare, dalle fonti a noi pervenute, nella cultura greca e romana che considerava i crocicchi luoghi “a se stante” , diversi da qualsiasi altro luogo sacro o misterico. Le mitologie associate all’incrocio di più strade ed alle scelte dei viandanti  non sono però del tutto positive; questi luoghi  sono connotati da un aura sinistra e spaventosa non  diversamente associata ai terreni funerari ed ai luoghi di sepoltura.

Nota è la connessione tra i crocicchi e la  figura di Ecate, un’antica Divinità spesso raffigurata come triforme, cioè dai tre corpi, o tricefale, dalle tre teste.  Considerata nel primo periodo della formulazione del culto una dea dell’abbondanza, Ecate Trimorphe divenne, con l’evoluzione della ritualità, latrice di connotati più oscuri e velati. A lei sono infatti associati gli ingressi, il fuoco, la fiaccola/fuoco dalle mani, la luce della luna, le chiavi/serrature, le erbe ed i fiori velenosi, gli spiriti degli avi/dei morti/della natura,  la stregoneria e la magia in generale.  L’etimologia del nome Ecate, anche se tutt’oggi è incerta, può riferirsi principalmente a due concetti: alla parola greca per “Volontà” θυμός oppure dalla parola  greca  Ἑκάτη cioè “Ecate”, equivalente femminile di Ἑκατός Hekatos , epiteto oscuro di Apollo.  La più antica opera nota è una piccola terracotta trovata ad Atene, con una dedica ad Ecate, dello stile del 6° secolo. La divinità è seduta in trono con atteggiamento benedicente; porta una corona legata intorno alla testa, presumibilmente stoffa o cuoio.  La Dea è del tutto senza attributi e caratteristiche trine; l'unico valore di questo lavoro, che ne rintraccia il mito è la semplice iscrizione con il suo nome.  Ciò dimostra la prima articolazione della sua forma primigenia e la sua presenza sul territorio greco ben prima dell’invasione persiana. Successivamente si scompose in figure diverse svelando caratteri più nuvolosi e tendenti alla negatività; un semplice esempio è quello che la vuole circondata da cani da caccia famelici. 

La mitologia di Ecate è assai complessa e strettamente connessa con i crocicchi, dove l’icona o la raffigurazione della Dea veniva posta. Ma perché tutto ciò? Perché agli incroci? La ragione è da ricercare nei caratteri divini attribuiti ad essa  nella sua seconda articolazione del culto: caratteri CTONI e PSICOPOMPI. In altre parole la Dea era legata alla terra come luogo sotterraneo ed oscuro, alle radici fisiche e spirituali; ad essa veniva inoltre attribuita la capacità di viaggiare tra i mondi ed accompagnare le anime dei defunti.  Ora risulta chiaro come gli incroci, luoghi per eccellenza di passaggio siano venuti a simboleggiare i luoghi di comunicazione tra i mondi in cui il confine tra di essi è sottile e in cui scegliere è fondamentale per procedere.  Alla Dea erano sacri gli incroci a tre braccia, luoghi in cui il viandante doveva  necessariamente scegliere tra due strade ma successivamente le divennero luoghi sacri anche i crocicchi canonici a quattro braccia, divenuti simbolo in Grecia di grande potere (Edipo infatti incontrò il suo destino proprio in un incrocio).

In periodi più tardi, secondo le credenze di magia popolare, gli incroci erano luoghi particolarmente potenti e pericolosi nelle notti di San Giovanni (24 giugno), Natale (25 dicembre), Valpurga (30 aprile) ed Ognissanti (31 ottobre-1 novembre).  In questi tempi gli spiriti amavano riunirsi alla terra natale ed erano proprio questi luoghi che si pensava si connotassero maggiormente di potere. Per queste ragioni molti degli incantesimi  praticati in questi periodi venivano operati in prossimità di un incrocio. Nell’epoca medievale queste tipologie di credenze vennero drasticamente mutate; non erano più gli spiriti a ritrovarsi nei crocevia ma bensì le streghe, manifestazione del male e del disagio sociale.  Nella metà del XIX secolo, in Baviera fu registrata la testimonianza di queste pratiche tardo-magico:

“I cacciatori chiedono la pallottola stregata, che permette di colpire la preda ma molti invece chiedono la moneta. È una moneta che ritorna, ritorna in tasca di chi la spende”

Trascorso un anno la moneta-la pallottola doveva essere lasciata al centro dell’incrocio in cui si era fatto l’incantesimo, circondata da un cerchio (qui ho trovato fonti discordanti, ci sono versioni che parlano di un cerchio fatto di cenere di particolari tipi di legno oppure un cerchio tracciato con la zampa di un gatto nero che si era provveduto a nutrire e curare per un certo periodo di tempo). A discapito di queste pratiche magico popolari gli incroci venivano, nelle sopracitate notti, evitati con scrupolo dalle famiglie e dai rozzi contadini; quei pochi accorgimenti adottati a “protezione” era semplicemente sputare nel terreno dell’incrocio prima di attraversarlo.

Nella foto in alto Sybil Leek (1917-1982), famosa autrice ed una delle prime streghe a dichiararsi dopo l’abolizione del Witchcraft Act nel 1951, mentre lancia un incantesimo presso un incrocio vicino alla sua abitazione nell’Hampshire. 

sabato 6 ottobre 2012

Tell The Owl - Argomento ①: Vita quotidiana da strega


Vita quotidiana da strega



Per me la stregoneria è stato un percorso di natura istintiva, puramente spontaneo; è divenuto una scelta quando in me è nato il pensiero consapevole che quello che stavo effettivamente facendo era preghiere e devozioni agli spiriti del bosco; che quello che facevo e che mi rendeva strano agli occhi degli altri erano in realtà primi incantesimi di una strega bambino. Anche se sono passati anni da questa fase della mia vita ho cercato di mantenre nella mia pratica quotidiana la stessa spontaneità di quando ero bambino. Nella celebrazione degli stessi sabba ed esbat non utilizzo invocazioni o preghiere fisse; mi lascio guidare dal cuore e rimo nella metrica con cui sono ispirato al momento. 

Il mio spazio sacro o altare fisso in casa non è l'unico punto della pratica; preferisco giornalmente camminare tra i boschi e raccogliere erbe, cantare incantesimi con gli elementi naturali intorno a me, dentro di me. Come già detto non ho un tipo fisso di pratica quotidiana; in questo momento sto realizzando un oleo lito per imbastire poi un unguento e devo scuotere giornalmente le erbe messe a macero nell'olio pronunciando qualcosa di appropriato. Un ora del pomeriggio la dedico a passeggiate distensive (dati imminenti test per le specialistiche) tra gli alberi del bosco in cui posso rifornirmi di erbe, fiori, radici e case spirito che utilizzo in modo massiccio nella mia pratica. Sempre nell'ultimo periodo mi sono preso cura giornalmente della mia nuova Alraun di Sambuco, consacrandola, cibandola e utilizzandone l'aiuto in vari frangenti. Spesso se devo lanciare incantesimi lo faccio in maniera del tutto istintuale, senza schemi fissi sulla lunazione o sul comune uso magico delle erbe notando però che il "mio metodo" per me funziona bene e per ora non ha mai fallito. Nella "routine" stregonesca integro inoltre letture e "studio" giornaliero che ritengo di fondamentale importanza per l'evoluzione di una pratica personale seria. Ritengo che il non avere uno schema fisso abbia portato ad una seria evoluzione del mio credo e della pratica (per ora da solitario) e la messa in discussione con il dibattito di idee e credi con moltissime persone tramite gruppi, forum e piattaforme social.  

mercoledì 3 ottobre 2012

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "H"


“H” come Hieros Gamos, i riti sessuali e le nozze sacre


“Alle spalle di Hugh la luna piena era sorta da poco; il suo volto era immerso nell’oscurità, mentre quello di Mona era ben visibile al chiarore della Luna. Riusciva a vedere i suoi occhi, ma lei non poteva vedere quelli di lui e di conseguenza il suo sguardo era vago, come se stesse guardando qualcosa che si trovava alle sue spalle. Forse era proprio così perché in quel momento si fece spazio una consapevolezza crescente e Hugh si rese conto che c’era qualcosa alle sue spalle; un qualcosa di immenso, torreggiante, da cui emanava il fascio di luce che lo attraversava e che penetrava Mona”. -Dion Fortune, il Dio dal piede caprino-


Il termine Hieros Gamos deriva direttamente dal greco ἱερὸς γάμος cioè “matrimonio sacro” e si riferisce ad un particolare rito sessuale i cui officianti venivano a simboleggiare l’unione tra la divinità maschile e quella femminile. Questo termine poteva riferirsi ad una ritualistica concreta o ad un concetto astratto svoltosi tramite simbologia atta nelle celebrazioni. Esistono quattro forme principali dei riti dello Hieros Gamos: tra il Dio e la Dea (il più delle volte simboleggiate da statue o enti appositi), tra la Dea e il re-sacerdote (che assume il ruolo del Dio), tra Dio e sacerdotessa (che assume il ruolo della dea) e tra officianti (che assumono il ruolo delle divinità maschili e femminili).

Con un esempio concreto nell’Atene antica si celebrava ogni anno il matrimonio di Dioniso con la sua “Regina” e sembra che, durante la celebrazione del rito venissero rappresentate le nozze ed il rituale del talamo. Non siamo certi però se a rappresentare la divinità venisse scelto un giovane tramite prove di forza ed abilità oppure tramite metodi altri. Scopo del matrimonio era quello di assicurare la fertilità e fecondità delle viti e delle altre piante da frutto sacre a Dioniso.  Interessante inoltre è la cerimonia svolta durante le feste dei “Grandi Misteri” che si tenevano ad Elusi nel mese di settembre, l’unione di Zeus, dio dell’Empireo, con Demetra, dea delle messi. Questa unione veniva rappresentata tramite il rito sessuale dello Ierofante con la Sacerdotessa di Demetra. Questo atto  era però, citano i testi classici, puramente scenografico dato che allo Ierofante veniva applicato un unguento a base di cicuta che ne impediva l’erezione. Una volta spente le torce ed i fuochi i due sposi scendeva nelle cripte o nelle grotte ctonie mentre i fedeli rimanevano fuori in attesa. Dopo un certo periodo di tempo lo Ierofante riappariva portando la luce di una torcia nella mano sinistra e una spiga di grano nella mano destra annunciando il concepimento e la nascita con le parole “La Potente ha generato il Potente”.  Una cerimonia del tutto simbolica invece era celebrata nella Beozia, la festività ierogamia era chiamata “Piccola Dedala”. Durante quest’ultima si abbatteva la quercia più grande ed antica del bosco e da essa veniva ricavato un simulacro della divinità maschile la quale veniva posta in un carro trainato da due giovani tori bianchi; accanto al Dio veniva posta una figura femminile fatta di terra e grano. Ogni sessant’anni si celebravano invece le “Grandi Dedale” in cui le quattordici immagini sacre maschili, accumulatesi nel corso degli anni, venivano portate in processione fino al monte Citerone e qui arse su una grande pira.

Fra i popoli antichi l’usanza delle nozze sacre era molto diffusa; in tutto il territorio di greci, egizi, babilonesi ed anche nell’Africa del sud e nel nord Europa. Ciò porta a supporre come quest’uso magico-religioso sia stato ereditato dalle civiltà definte con il termine “primitive”. Di queste antiche cerimonie ci è rimasta la simbologia ma la carnalità è stata mitigata dalla simbologia anche se, in alcuni culti e riti ancora si riscontra. Il consumare sessuale, infatti, veniva ritenuto un appannaggio di natura privatistica e quando e se esso veniva praticato nei riti era solito avere alcune accortezze (a seconda delle culture di appartenenza). Oli ed unguenti profumati venivano adoperati dopo un bagno rituale a base di erbe; il corpo veniva levigato, massaggiato e asciugato con cura. A seconda delle tradizioni si utilizzavano pigmenti colorati a basa vegetale o minerale per dipingere la pelle e si utilizzavano simboli sacri quali pelli, foglie, veli, piume, animali ed ornamenti per addobbarsi. Si ricercavano luoghi ctoni quali caverne o stanze sotterranee oppure luoghi che ne avessero l’aspetto: boschi sacri ecc. La donna era la terra, la Dea, e giaceva quindi supina; l’uomo, invece, rappresentava la Divinità maschile, il sole, il cielo, la quercia ed era quindi in posizione dominante. Tamburi, flauti e sonagli risuonavano in lontananza dalla folla in attesa del compimento dell’atto. Alcune culture, e sottolineo alcune, prevedevano il rito sessuale come di natura pubblica e quindi condivisibile alla vista dei fedeli. 

L’utilizzo simbolico o meno dei rituali ierogamici si è conservato fino ai giorni nostri ed è stato mantenuto nel Paganesimo, e nella Wicca in particolare, con l’usanza del “Great Rite”. Esso si esplica attraverso il coltello sacro, Athame nella Wicca, ed il Calice. Il coltello, che in quel momento rappresenta il fallo eretto del Dio, penetra nell’infossatura del calice, la vagina/utero della divinità femminile. Nelle prime articolazioni della Wicca britannica questo rituale veniva compiuto dal sacerdote e dalla sacerdotessa. È indubbio sottolineare come i riti d’unione divina abbiano un ampio spettro di simbologia a loro legata ed anche diversissimi modi di articolazione a seconda del contesto culturale di appartenenza.