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lunedì 18 marzo 2013

L'attesa

Lo vedeva, riusciva a percepirlo ed in cuor suo lo sapeva. Era stato un deficiente, uno stupido, si era innamorato di quel ragazzo semplice, chiaro e cristallino come la terra che aspetta l'aratura. Quel ragazzo se ne era andato, lui era stato così freddo e non si parlavano più. Quel ragazzo gli mancava. Certo, lo aveva idealizzato, e certo, lui era ben più materico del ricordo di lui. 
Gli mancavano quei momenti, le cigliege, i pianti a causa dei suoi, quei mezzi litigi soffocati ed i baci che non poteva fare a meno di dargli. Mi o gli mancava la sensazione delle mani intrecciate mentre i pii passanti ci guardavano male, mi mancava e manca quella pelle calda ed il lento pulsare del tuo cuore nel sonno. Quel corpo abbracciato al mio, in una serata torrida di luglio e quelle rosse punture di zanzare. Non vi era cuore più felice e più preoccupato di perderti. 
Ora, in una fredda mattina di marzo, tra la pioggia ed il vento mi sembra di stare in attesa, aspettare un treno che mai arriverà così perfetto come lo eri tu. Vero è che tu sei felice ora, e forse è meglio così.
Io vivo nel perenne autunno, dove le foglie si staccano e muoiono lentamente ed è stato proprio il tuo autunno ad attirarmi. Le frasi che non ci siamo mai detti, le mezze parole mentre te, A., dormivi profondamente. Ora devo e voglio ricercare la mia felicità, per me, per la mia stupida testa e per arrivare a viversi pienamente l'oggi.
sei stato una delle cose più importanti, il tuo ricordo starà per sempre nella mia mente. ti bacio, se ancora posso, e ti saluto. Un fiore d'inverno. 
                                                 P         

venerdì 1 marzo 2013

Ars sanguinis e cazzate random

*allontanatevi, oh voi, che avete pregiudizi mentali*



Che devo dire. è un periodo complicato e non ci sto molto con la testa. Questi due corsi di laurea mi stanno assorbendo la vita ed il tempo ed arrivo a sera che non ho neanche la forza di finirmi il libro di Gardner. Che poi penso, chissenefrega, non devo dare retta alle voci ma poi c'è quella orrenda vocina nella testa che ti elenca tutto ciò che non hai fatto come "lista del giorno". Sicchè fanculo, ieri notte in luna calante ho lavorato ad un progettino magico, se così vogliamo chiamarlo; l'ars sanguinis. Prima esperienza con questo tipo di pratiche (e qui mi immagino i neopaganini minchiosi gridare allo scandalo per una pratica così "barbara" e "diabolica"). Io rispondo: affanculo. Sinceramente sono stanco di questo clima di buonismo e di "seguiamo il branco" che si sta instaurando sia sul forum ma soprattutto sul gruppo facebook, vedasi la quasi scomparsa dei miei interventi e dei commenti. Si salva solo la MWL, per ora, non so che sorte ne sarà, però vediamo. 
Comunque rimanendo sul topic mi sono intestardito, una settimana fa, nel voler creare un libretto delle credenze del mio paese, un compendium delle tradizioni, se così lo si può definire. Speso in totale un euro e cinquanta cent, tres chic! Avevo pensato di fare una dedicazione ed una benedizione di questo quadernetto, prima di scriverlo essenzialmente e ieri sera, dopo essermi bevuto due calici di sidro mi è venuta un'idea, un sigillo di sangue, perché no, pratico, unico ed essenzialmente mio. Devo ringraziare le gengive infiammate per le troppe sigarette, sangue e saliva al giusto scopo. 

Oggi giornata assurda tra lezioni, piano di studi e un ragazzo che non posso avvicinare. Ripeto: affanculo. Comunque oltre ai pensieri sconfusionati devo dire che non c'ho più voglia, dell'uni, dello stage, delle persone qui a Roma. Desidero la Norvegia, o meglio desidero il pensiero di me in Norvegia, specialmente a Bergen. I sogni nel cassetto che piano piano sta diventando una cabina armadio.  

giovedì 21 febbraio 2013

Tell The Owl - Argomento ⑫: Oltre la vita



Ultimo argomento per il gufo e non si poteva scegliere tema più specifico per la fine di questo ciclo di approfondimenti. L'oltre la vita, la credenza o meno della reincarnazione e della funzione psicopompa-trasmigratoria dell'anima.

Premetto che nel mio percorso mi sono da subito avvicinato al tema della reincarnazione, addirittura quando ero ancora legato al cristianesimo (circa a 10-11 anni) il concetto della vita eterna dopo la morte, le idee del paradiso e dell'inferno mi stavano scomodamente strette. Tutto era troppo lineare, una concezione che non è mai stata mia: tu vivi e poi vivrai ancora per sempre in un altro luogo. No, io ho sempre osservato il vivere come un processo ciclico. Mi ricordo di aver formulato il mio primo pensiero sulla reincarnazione quando ero solo un bambino (ad ancora non avevo conosciuto il paganesimo) osservando il ciclo stagionale e le foglie degli alberi che d'autunno cadono, marciscono e generano il nutrimento per la nuova vita. Di lì a qualche mese comprai un libro, "Reincarnazione" di Manuela Pompas, un volume stampato addirittura nel 1988. Descriveva a colori vividi l'esperienza autobiografica dell'autrice, a volte con toni fin troppo romanzati, basandosi sui concetti di regressione ipnotica e terapia cognitiva. Mi aiutò a dare un primo approccio a quello che per me era un mondo tutto da scoprire, una realtà esperienziale da vivere.

Col tempo e con la pratica religiosa (non che con sporadici ricordi) ho cominciato a teorizzare una semplicistica teoria sulla trasmigrazione dell'anima. Dato che per le mie esperienze personali i ricordi si distanziano di parecchio tempo, da un minimo di 50 anni ad un massimo di circa 250, da una vita ad un'altra sono stato portato a pensare che la parte immortale del se rimanga per qualche tempo legata alla materialità  Ora, io non so se essa possa incarnarsi nella summerland o in qualsiasi altro posto ma sono convinto che ci sia dato il tempo di riflettere sulle azioni compiute. Personalmente penso che il contatto con i defunti possa avvenire solo in tempi relativamente ridotti dopo la scomparsa degli stessi, io personalmente non ho mai praticato seriamente lo spiritismo quindi rimando l'argomento per chi è più ferrato di me =)
Per me l'individuo è portato, con l'esperire delle vite, a vivere ed incarnare la maggior parte delle situazioni esistenziali e nello sperimentare le più diverse esperienze e situazioni, per me è questo il meccanismo di maturazione del se-anima e il concreto elevarsi a ranghi più "puri".
Preciso che io non condivido la reincarnazione come esperire gerarchico che vede gli animali, le piante e i minerali come enti che abbiamo già superato e quindi già vissuto; è una visione antropocentrica che lascio volentieri al cristianesimo.

Sono conscio che il testo è fortemente connotato da cesure tematiche e non risulta concatenato ma ho tentato di dare una linearità di pensiero dato che l'approccio soggettivistico a queste tematiche è sempre estremamente difficoltoso.
E siamo arrivati, alla fine, al finire del gufo =(
Così lo vedo, spiegare le ali e volare via


martedì 5 febbraio 2013

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "Z"


"Z" come "Zoomorfismo Dionisiaco", il culto del toro, del capro, del serpente e della pantera come simulacri del Dio-Nato-Due-Volte

"Dioniso travolgeva nell'ebbrezza e usava il sarcasmo verso chiunque gli si opponesse. Non proclamò mai di sostenere la vera parola. Era come se la parola si mescolasse al suo corteo fra Menadi e Satiri, ma senza troppo farsi notare. Dioniso era intensità allo stato puro, che attraversava e scardinava ogni ostacolo, senza soffermarsi sulla parola, vera o falsa che fosse"
Roberto Calasso, l'ardore, p. 421

Con il termine Zoomorfismo si intende l'attribuzione di caratteristiche animali o attributi appartenenti al regno della fauna a persone, enti o oggetti, in particolare questa terminologia è spesso stata associata alle divinità. ed alla loro manifestazione fisica. La derivazione greca del termine è composta da due parole:  ζῷον, cioè animale e  μορφή, forma. La zoomorfia religiosa è forse una delle attribuzioni sacre più antiche e meglio conservatasi nel corso della storia antropologica umana, i primi esempi risalgono infatti al primordiale culto maschile del cacciatore-cervo e della sua componente femminile legata alla vegetazione e riproduzione autogenerativa. Uno degli esempi più comuni del culto zoomorfico è dato dal zoolatrismo egizio, in cui la maggior parte delle divinità recava in se attributi animali che ne sottolineavano il grado, il potere e la valenza sul ciclo stagionale e sugli ambiti in cui operava.  Antropologicamente lo zoomorfismo divino è una sublimazione delle caratteristiche animali settoriali e del ruolo che la comunità riveste a questo animale nell'elevazione a figura divina. Ciò però non è da confondere con il mero totemismo, lo zoomorfismo tende a sublimare e quindi a rendere un unico essere il divino semplificandone la funzione (e l'approccio da parte della comunità) e fornendolo cioè degli attributi sociali condivisi dal gruppo in comunitario vicino allo "stato naturale". Esemplificando il divino la zoomorfia coniuga linguaggi comuni e socialmente capibili da tutti a ragionamenti e figure più astratte in modo da coinvolgere appieno la comunità in logiche di stampo più elitario. 

Se si parla di Zoomorfismo Dionisiaco si intende quindi centrale nel dibattito la figura di Dioniso quale divinità greca dai molteplici aspetti. Parlo della versione greca del mito dato che la quasi totalità degli aspetti misterici del culto in epoca romana sono degenerati in fenomeni di orge sociali e banchetti per ubriaconi ed inoltre personalmente ritengo la divinità bacchica sia totalmente differente rispetto ai connotati greci, basti pensare, con un esempio concreto, come la filosofia dell'Otium abbia plasmato gli aspetti divini di questa religiosità. Prendendo comunque in analisi i vari aspetti antropomorfi c'è da dire che Dioniso si lega principalmente a quattro animali ed è spesso è raffigurato con essi o con parte di questi ultimi; essi sono: ,l Toro, il Capro, il Serpente e la Pantera. Andando per ordine cercherò di sviscerare questi aspetti.

Il Toro è uno degli attributi più spesso attribuiti alla raffigurazione dionisiaca anche se questa va in netto contrasto con la rappresentazione di Dioniso come Dio della vegetazione (anche se l'opposto è una delle attribuzioni che spesso vengono associate a questa divinità). Veniva chiamato Bougènes in onore del simbolo del toro (questo nome può volere dire "nobile toro" o "figlio della vacca") ed aveva l'attribuzione di Divino bicorne. Era credenza che si manifestasse, a determinate persone, sotto le spoglie di toro bianco dalle lunghe corna ricurve. A Cizico veniva rappresentato con queste sembianze soprattutto negli affreschi. Uno dei ritovamenti più famosi dell'antichità legati al dionisismo è appunto Dioniso Cornuto, una statuetta che lo mostra rivestito da una pelle di toro che lo cinge con la testa cornuta come cappuccio e gli zoccoli che gli cingono i fianchi. Durante l'inverno gli abitanti di Cineta erano solite celebrarsi le feste dionisiache in cui gli uomini, spogliatisi ed untisi con dell'olio apposito venivano spinti dal Dio a scegliere tra la mandria un toro da condurre al tempio che si faceva effige vivente della divinità ripercorrendo il culto dell'uccisione-sbrindellamento della divinità. Si era soliti cantare: 

"Apprestati oh grande Dioniso. Al tuo sacro tempio presso il mare vieni. Giungi con le Grazie, al tuo tempio. Rapido, lesto sui tuoi piedi taurini. Oh toro aitante, oh toro aitante." (Frazer) 

sembra che il toro fosse coinvolto anche nelle ritualità dello Sparagmos (lo smembramento e l'uccisione a morsi) e dell'Omophagia (lo sbranamento della carne cruda). Il toro di per se rappresenta la fertilità dell'atto riproduttivo e la potenza fisica (sarebbe meglio parlare di prestanza), è sia attribuito al maschile che al femminile nell'antropologia religiosa e ciò rappresenta in pieno l'ibridità sessuale di Dioniso. IL toro come simbolismo è legato a doppio filo alla matericità e alla sessualità, è stabile, fisso, immutevole. 

Il Capro è forse l'attributo dionisiaco più conosciuto, più disprezzato dato l'ampio volume di pregiudizi legati a questo simbolo. Dioniso come capro veniva chiamato Eripohos (giovane capretto) o Melànaigis (il Dio con la nera pelle di capra). Questi attributi vengono, come nel caso del toro, dalle apparizioni del Dio fasciato dalla pelle di capra riportate nel culto ateniese. Un culto legato a Dioniso Eriphos era presente nel distretto vinicolo di Fliunte in cui una massiccia statua di bronzo a foggia di capro veniva ricoperta di foglie di vite per proteggere i vigneti dalla ruggine. Nel mito inoltre Dioniso viene trasformato da Zeus in capretto per sottrarlo alla collera di Era. L'immolazione di un capro dalla pelliccia nera era uno dei sacrifici più utilizzati nel dionisismo antico ed è proprio da quest'usanza che deriva la terminologia "capro espiatorio". Una similitudine inquietante con il culto cristiano è data proprio dall'usanza del sacrificio rituale. Il Dio veniva immolato e letteralmente veniva investito della carica di mangiare la propria carne. Questa volta non in senso figurativo. Il capro è da sempre un simbolo di grande ambiguità per i suoi occhi, simboleggia le due metà inscindibili del se: la parte ferina (o oscura) e la parte razionale (o luminosa). 

Il Serpente è il simbolo meno utilizzato ma più antico legato a Dioniso, veniva chiamato, con questa attribuzione, Perikionos (che si avvinghia alla colonna). In un passo delle Dionisiache di Nonno di Panopoli si legge che fu il serpente a indurre Dioniso a gustare l’uva, a far divenire Dioniso ciò che è (anche qui si notano inquietanti assimilazioni risemantizzate dal culto cristiano). Spesso l'effige di Dioniso era rappresentata con un serpente bianco sulle spalle, fluente e attorcigliato ad un braccio. La serpe è collegata al culto dionisiaco soprattutto per la sua natura ambigua, ferina e divina, letale e suadente ma soprattutto perchè profondamente ctonio e indi legato ai cicli di morte e rinascita. Nelle Baccanti di euripide si legge un passo sulla ritualità menadiane, le menadi erano infatti solite nelle ritualità sfrenate, mettere a rischio la propria vita con la manipolazione di serpi velenose. Dato che il dio era il serpente era un grande atto di fede liberarsi ed affidarsi completamente al dio incarnato in forma di rettile per affidargli la propria sopravvivenza. Un passo mitologico dice che le baccanti che venivano morse e sopravvivevano al veleno ricevevano in se il fuoco dionisiaco. In epoca più tarda le serpi (spesso vipere) vennero sostituite con serpenti privi di veleno.

La Pantera è, infine, l'animale che compare con maggior frequenza nei miti dionisiaci e il Dio si connotava, con questo attributo, dell'appellativo di Pyrigenos (nato dal fuoco) e Bromios (rumoroso, dio del fulmine). La pelle di pantera era l'abbigliamento più spesso associato al Dio e, in occasioni tarde del culto, anche ai suoi seguaci. il carro nuziale in cui salì dopo le nozze con Arianna era appunto trainato da sei pantere. La pantera era associata a Dioniso per la sua bellezza ed estrema ferinità ed una versione del mito racconta che il legame tra il vino e le pantere poteva permettere di catturarle. Il mito dionisiaco racconta inoltre che il Dio fece impazzire le Miniadi in Beozia grazie alle sue apparizioni come toro e pantera. 

“Lo spirito dionisiaco di una realtà smisurata che si manifesta in un eterno deflagrare di forze opposte: estasi e terrore, vita e morte, creazione e distruzione, fragore e silenzio, è una pulsione vitale dirompente e selvaggia, che affascina e inquieta, la sinfonia inebriante dell'universale realtà del cosmo"
Walter Otto
    


lunedì 4 febbraio 2013

Tell The Owl - Argomento ⑧: Viaggi tra i mondi


Argomento 8, ostico, molto molto ostico. Viaggi tra i mondi, trasmigrazione dal corpo e conoscenza da mondi altri. Premetto che ho un'esperienza molto, molto misera rispetto a questo tipo di pratiche che considero un'evoluzione sciamanica o proto-meditativa per ricevere conoscenze da esseri altri, se così possiamo definirla. La vedo come una pratica avanzata e applicabile in un percorso di allenamento costante, non una cosa da tutti i giorni, indi, vi risponderò con la maggior sincerità possibile.

La prima esperienza di realtà altre (termine orrendo, I know, ma non so come altro definirle, per me non è un vero e proprio "viaggio" ma quanto un esperire concreto nella propria mente) è stata durante le sessioni di meditazione in cui cercavo di accedere allo stato profondo della meditazione per la ricerca dello spirito totemico grazie all'immobilità totale, all'unguento e alla mia fedele traccia audio di tamburi sull'mp3. Devo dire che non sono mai riuscito a disconnettere coscienza vigile e meditazione del se, lo stato mentale e psico-fisico raggiunto era sempre simile al momento in cui ti rendi conto che stai sognando e che tra poco ti sveglierai, un po' di qua (coscienza del corpo) ed un po' di là (coscienza del se) insomma. By the way il luogo topico è solitamente lo stesso, mi trovo in una radura in posizione fetale su una pietra orizzontale poggiata sul terreno, è autunno e intorno a me vedo colori caldi. C'è sempre una porta di legno consunto incastonata nella roccia di una collinetta e dietro di essa le cose sono diverse, cioè non c'è un vero e proprio luogo fisico ma quanto l'intento della meditazione (so di risultare confuso e poco capibile ma non so in che altro modo spiegarvi..).

L'esperienza con le vite passate per me non è un "viaggio in altri mondi", io, per quello che so, dal mio piccolo, non ho mai visto il mio ex corpo, il mio ex volto. Delle mie vecchie vite ho avuto dei flash (alcuni sorti spontaneamente ed un altro richiamato con la meditazione, cosa che mi ha lasciato sfinito per 2 giorni), durati il tempo di un attimo, sempre dal punto di vista dei miei ex occhi. Anche questo punto non è molto capibile per chi vede la cosa dall'esterno, I know.

Il lavoro con i sogni per me è problematico, non che ci abbia mai lavorato con serietà, sia ben chiaro; quella poca, pochissima esperienza che ho si basa su frammenti o dettagli sognati in modo molto spontaneo. Un segno di riconoscimento dagli altri sogni per me è la presenza degli odori e dei profumi. Spero di non apparire come un malato mentale a scrivere queste cose, capitemi.

Detto ciò vorrei concludere dicendo che questo è un topic molto in voga oggi, qualsiasi persona-ragazzina-stregawiccosaminchia si vanta oggi millanta esperienze di viaggi astrali dove vola su draghi, cavalca unicorni e incontra fantomatiche ave streghe (che guarda caso sono tutte nonne figlie dell'arte tramandata in linea matrilineare). NO. Per me questo tipo di pratiche è tutt'altro che "ok, mi faccio un viaggetto ad Ásgarðr e ci vediamo tra mezz'oretta".  Io riporto la mia esperienza, anche se minimal, per usare un eufemismo, costatami però tempi infiniti di meditazione e fottuto addormentamento delle articolazione dall'immobilità forzata. Ciò che ho constatato, però, e qui cercherei un riscontro, è la stanchezza fisica (ma non mentale) che ti resta dopo questo genere di esperienze. è così anche per voi? Detto ciò concludo questa serie di vaneggiamenti ed aberrazioni mentali sui mondi altri. Un bacio, P.

mercoledì 30 gennaio 2013

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "Y"


"Y" come "Ὑάκινθος", il mito di Giacinto ed il simbolismo dello Hyacinthus orientalis

"E già il sole era a mezza strada tra la notte ormai trascorsa e quella in arrivo, 
a uguale distanza l'uno dall'altro: Febo Apollo e Giacinto si spogliarono, luccicanti d'olio, 
dando inizio a una gara di lancio del disco"
Ovidio, Le Metamorfosi

La parola greca Ὑάκινθος, letteralmente traducibile con il nome Giacinto, riporta ad una figura maschile della cultura greca e del mito ellenico connotata dalla somma bellezza fisica, dal carattere dolce e dalla narratologia legata ad Apollo. Il culto di Giacinto, risalente al periodo miceneo sorse con una sua connotazione ritualistica a sudovest di Sparta, con un tempio nella città di Amykles dedicato ad Apollo che contiene, appunto, il Temenos, cioè il tumulo funerario di Giacinto. Questo tumulo funerario aveva funzione di basamento per l'enorme statua apollinea, a simboleggiare l'eroe che regge il Dio affranto. Il  culto giacinteo si basava sulla rivisitazione della festività funeraria "Hyacinthia" che si svolgeva tra la primavera e l'estate; essa durava tre intere giornate: la prima era basata sulla commemorazione della morta dell'eroe e l'offerta semplice di pani sacrificali in cui nessuna decorazione era consentita, la seconda giornata era fondata sulla rinascita in forma floreale in cui i giovani uomini ed i ragazzi suonavano la cetra, l'aulos e si esibivano in canti devozionali; erano comprese in questo giorno anche gare e corse. La terza giornata era la più solenne in cui si celebravano i misteri giacintei ed in cui le donne donavano al Dio affranto tuniche di lino bianche in segno di cordoglio e devozione. 

Il mito di Giacinto è una mitologia a se stante nell'universo greco, questo perché esula dai topici aspetti socio-antropologici e dai costumi dell'epoca. Il mito narrato di per se è molto breve ma denso di significato. 

Giacinto, figlio di Amicla e Diomeda o, secondo altri, di Pierio e di Clio, fu amato da Apollo e ricambiò il suo amore. Zefiro, il vento dell'ovest, ammaliato dalla figura di Giacinto e dalla sua fisicità si lasciò pervadere da estrema gelosia per non poter possedere il ragazzo. In una giornata estiva Apollo e Giacinto si sfidarono al lancio del disco e così, una volta spogliatisi ed untosi di olio d'oliva Apollo lanciò il discus. Giacinto corse per afferrarlo ma il vento dell'ovest, geloso e irato della solitudine, deviò il lancio e ferì mortalmente l'eroe alla tempia. A nulla valsero le abilità curative di erbe di Apollo e così Giacinto morì. Furioso per la morte dell'amato Apollo pretese da Ade la restituzione dell'anima dell'amato e non potendogli ridare forma umana lo trasformò nel fiore che porta il nome di Giacinto. Uno strascico della leggenda mitica narra che Apollo versò sul fiore lacrime amare che diedero la forma e il colore attuale alla pianta selvatica,  Il Dio si chinò inoltre sul fiore e tracciò le lettere del suo cordoglio, tracciate secondo la leggenda con la foggia di "AI". 

Questa mitologia è stata, nel corso della storia, censurata e rimodellata poiché nella sua versione originaria conteneva un tipo di amore, quello omosessuale, non accettato nella società greca se non nel rapporto di amicizia-intellettuale tra discipulo e maestro. Ed è proprio da questo che il sociale prese le distanze facendo diventare Apollo e Giacinto semplicemente amici. Il fatto fondamentale, che mi preme sottolineare, non è solamente la vicinanza fisica tra i due amanti ma piuttosto un'affinità emotiva come il mito suggerisce con le lacrime di Apollo. l'usanza del piangere il defunto era infatti una connotazione tipica dei costumi delle diverse tipologie d'amore verso lo scomparso (famigliare o relazionale). Un altro fatto da rilevare è l'ordine impartito da Apollo ad Ade, la divinità infera; il fatto di pretendere l'anima dell'amato è un segno effettivo dell'attaccamento emotivo, e quindi non solo erotico, dei due personaggi. "Il significato più profondo del mito è, dunque, in questa nuova vita di Giacinto, attraverso la trasformazione in fiore post mortem, che gli garantirà per sempre il ricordo e la celebrazione nel culto. Giacinto Non Omnis Mortuus Est, se, ogni volta che si celebreranno le feste giacinzie, il suo nome sarà invocato e ricordato insieme a quello di Apollo, e il dio sarà sempre unito a lui, anche ora che l’amato non c’è più, e, se non ha potuto godere di una felicità mortale, non concessa agli Dei, che sono immortali (avrebbe voluto dare la vita per Giacinto, perché non morisse), potrà godere, ora che Giacinto è nell'aldilà, di quella eterna." Dott. Viparelli

"Tu spiri, o Ebàlide, privo del fiore della giovinezza 
e io vedo la tua ferita, oh mio diletto!.
Mio crimine è il tuo dolore, della tua morte
la mia destra è colpevole, autore ne sono!
Ma è colpa mia? Colpa di aver giocato? Amato?
Se potessi, morendo con te, con la mia vita pagare!
Poichè ne sono impedito dalla legge del fato, 
sempre nel cuore ti avrò, eternamente sulle labbra!
Te celebrerà la lira percorsa dalle mie dita,
te i miei canti celebreranno,
e tu, nuovo fiore, figurerai i miei lamenti."




lunedì 28 gennaio 2013

Modern Witch League 5#: Witchy Alphabet. "X"


"X" come "Xindhi" o "Xindha" gli spiriti naturali nel folklore albanese

"The maidens went back to bed, but Tanusha could not sleep. Suddenly, she noticed a ring rolling across the floor. Picking it up straight away, she saw on it the image of a youngman. Tanusha wondered where she had seen the face before and recognized it as that of Halil. 
Just as she was about to speak, Halil said to her, “It is I, Halil. Do you believe me?” “How did you get here? You must think you have three hundred souls. 
But come in. Either we will escape for good or we will die here together"
Estratto da una fiaba albanese

Con il termine Xindhi si intende, nella popolare concezione folkloristica albanese, una particolare connotazione di spirito naturale, definito in alcune versione del mito come elfi o creature simili che vivono a contatto con le persone. La parola Xindhi evoca gli spiriti di sesso maschile dediti a mansioni di caccia ed agricoltura mentre il termine Xindha definisce quelli femminili che si occupavano della casa e dei figli. 

Si sa ben poco del folklore albanese, solo negli ultimi anni hanno cominciato a trapelare informazioni portate da studi antropologici o ricerche di settore. Le informazioni più conosciute su queste connotazioni popolari riguardano molto più le feste tradizionali ed i canti popolari più che i racconti tramandati oralmente. Le tradizioni legate agli Xindhi che sono pervenute fino a noi sono però bifronti: da una parte troviamo versioni in cui questi spiriti sono benevoli e danno una mano alla famiglia nello svolgimento delle mansioni quotidiane e dall'altra parte troviamo versioni in cui questi esseri sono definiti da una natura maligna e violenta che, se provocati, oltre a compiere dispetti come nelle tradizioni inglesi, portano l'individuo alla pazzia o alla morte. 

Da questa credenza popolare sorsero una lista di situazioni in cui aumentare l'attenzione per evitare un contatto con lo Xindhi; per esempio fare attenzione ad una porta che cigolava senza essere toccata o addirittura si chiudeva da sola oppure la fiamma di una candela che tremolava e si spegneva. I rimedi popolari contro questi spiriti si differenziarono a seconda delle zone di appartenenza di questa credenza ma spesso coinvolgevano apposite erbe da inchiodare all'uscio o portare con se.